
In memoria di
Musicista dei Beatles
Britannica
Nato/a a Liverpool · Deceduto/a a New York
277 candele accese · 169 dediche
C'era qualcosa di ribelle già nel modo in cui John Lennon venne al mondo, a Liverpool, in quella grigia mattina dell'ottobre 1940, mentre i bombardamenti tedeschi piovevano sulla città portuale. Suo padre, il musicista Alfred Lennon, era lontano in guerra; sua madre Julia era una donna spiritosa e bohémien che amava la musica e la libertà. Quella combinazione — l'assenza del padre, l'amore materno non convenzionale — avrebbe segnato profondamente il giovane John, rendendolo sensibile, curioso, e irrimediabilmente diverso.
John crebbe affidato ai nonni materni, in una casa che puzzava di rispettabilità borghese e disapprovazione silenziosa. Era un ragazzo intelligente ma turbolento, con uno spiccato senso dell'umorismo e una naturale inclinazione a sfidare l'autorità. Quando Julia tornò nella sua vita, portò con sé una chitarra e una libertà che il giovane John non aveva mai conosciuto. Lei gli insegnò gli accordi, gli cantò canzoni, gli mostrò che c'era un mondo oltre i confini grigiasti di Liverpool. Ma il destino, crudele, gliela tolse troppo presto: Julia morì investita da un'auto nel 1956, quando John aveva solo sedici anni. Quel dolore non se ne andò mai, rimase sepolto dentro, alimentando una ricerca di bellezza e significato che avrebbe caratterizzato tutta la sua arte.
Fu durante gli anni delle scuole superiori che John conobbe Paul McCartney. Era il 1957, e due ragazzi che amavano il rock and roll scoprirono di poter creare qualcosa di straordinario insieme. Aggiunsero George Harrison e Stuart Sutcliffe, e più tardi Ringo Starr, e quella che iniziò come una semplice band di teenager si trasformò gradualmente in un fenomeno culturale senza precedenti: i Beatles. Suonavano nei club fumosi di Amburgo, con la fame nei ventri e il fuoco negli occhi, affinando uno stile che mescolava rock americano, musica folk, e un'energia tutta loro. Nel 1962, quando "Love Me Do" uscì dal mangianastri per la prima volta, nessuno poteva immaginare cosa sarebbe accaduto.
Gli anni Sessanta appartennero ai Beatles, ma in molti modi appartennero a John. Con la sua voce aspra e inconfondibile, con le sue parole spesso taglienti e sempre oneste, John divenne il cuore concettuale della band. Non erano solo canzoni d'amore — sebbene scrivesse bellissime canzoni d'amore — ma provocazioni, poesia, sperimentazione. "In My Life", "Strawberry Fields Forever", "A Day in the Life": ogni brano era un frammento della sua anima, consegnato al mondo con una vulnerabilità rara. E mentre i fan stridevano, mentre i critici si confondevano, John continuava, sempre un passo avanti, sempre disposto a rischiare.
Nel 1966 conobbe Yoko Ono, un'artista concettuale giapponese che lo affascinò con la sua intelligenza radicale e il suo approccio non convenzionale all'arte. Non fu un classico colpo di fulmine, ma qualcosa di più profondo: una comunione di spiriti, un riconoscimento di anime affini. Mentre i Beatles si scioglievano — processo lento e doloroso che si estese tra il 1966 e il 1970 — John trovò in Yoko una compagna, un'ispirazione, una ragione. Si sposarono nel 1969, e insieme iniziarono una nuova avventura artistica che scandalizò i puristi ma entusiasmò i visionari.
Come solista, John fu più libero e più vulnerabile. L'album "Plastic Ono Club" (1970) è forse uno dei dischi più sinceri mai registrati, una sessione di terapia primal scream cantata. "Instant Karma!", "Imagine" — questa canzone divenne una sorta di inno globale, un sogno di pace così semplice e così radicale da sembrare quasi folle — "Happy Xmas (War Is Over)": John stava dicendo quello che pensava, senza filtri, usando la sua voce come arma di amore e di protesta.
Ma la vita non era solo musica. John era un padre appassionato di suo figlio Julian (con la prima moglie Cynthia) e poi di Sean (con Yoko). Negli ultimi anni della sua vita, si ritirò dalla musica per dedicarsi alla famiglia, convinto che la paternità fosse un'arte più importante della fama. Viveva a New York, a Manhattan, nella Dakota Building, dove aveva trovato una pace che non aveva mai avuto prima.
Il 9 dicembre 1980, poche ore dopo aver registrato nuova musica con lo sguardo rinato verso il futuro, John Lennon fu ucciso da un folle che sparò sei colpi. Non aveva ancora sessant'anni. Il mondo si fermò, letteralmente. Piazze si riempirono di persone che piangevano come se avessero perso un fratello, un padre, una parte di sé.
Quello che John Lennon ha lasciato non è solo musica, sebbene quella sia già un tesoro senza fine. Ha lasciato il coraggio di dire quello che pensi, di cambiare idea, di crescere pubblicamente. Ha lasciato il messaggio che l'arte può essere sia bellissima che vera, intima e universale allo stesso tempo. Nel buio dei nostri tempi, le sue canzoni rimangono come promesse sussurrate: che la pace è possibile, che l'amore vince, che i sognatori sono i soli a farlo accadere.
Eri molto più di un musicista. Eri un profeta che cantava invece di predicare.
Diego Costa
"Strawberry Fields Forever" è la canzone più bella mai scritta. Punto.
Davide Esposito
"All you need is love" non è una canzone stupida. È la verità più profonda mai cantata.
Bruno Martini